Adolescenza: l’autolesionismo tra bisogni ed emulazione

 

Uno o più tagli trasversali, sul braccio, sulle gambe. o in posti ben nascosti. Solitamente si predilige la pelle morbida che si trova nell’incavo delle ginocchia, del braccio, tra il bacino e la coscia, dell’inguine.

L’autolesionismo è la pratica di procurarsi dolore, intenzionalmente, per sfuggire ad un dolore psicologico più grande.

Lame di taglierini, temperamatite, matite appuntite, unghie, spigoli, qualsiasi cosa possa essere usata per lacerare, graffiare, strappare, bruciare, fare lividi, molti ragazzi ma anche adulti raccontano di usare questa tecnica per procurarsi dolore, per osservare il sangue che scorre sulla propria pelle, per scappare, anche solo per qualche minuto da sé stessi e dalla propria realtà.

Secondo l’American Psychiatric Association si parla di “autolesionismo non suicida” quando questa pratica è usata come strategia per alleviare sintomi psicologici come solitudine, rabbia, sensazione di vuoto, emozioni violente, sopratutto diventa un modo per controllare il pensiero attraverso il corpo. In realtà più del 60% di chi pratica autolesionismo può tentare il suicidio in un particolare momento negativo della propria vita, per questo è estremamente importante non sottovalutare questo fenomeno.

Molti ragazzi si dimostrano sempre più incapaci di far fronte alle proprie emozioni, al bullismo, ai problemi scolastici, familiari o sentimentali, e spesso non trovano altri rimedi che provare a sostituire un dolore psicologico, con un altro tipo di dolore: il dolore fisico.

Per molti questa pratica potrebbe sembrare assurda, ma se ci ferma a riflettere, è molto più semplice avere il controllo sul proprio corpo che sui propri stati interni.

Il mio dolore si chiama solitudine. La solitudine ti segue ovunque, non ti lascia mai, nemmeno quando sei in mezzo agli amici e cerchi di distrarti. Tutti ti guardano, i genitori, gli amici, gli insegnanti, ma nessuno ti vede davvero, nessuno si ferma e ti chiede davvero come stai. Sei costretto a fingere, a fingere che tutto vada bene, che a te piace la vita che fai, che sei sempre allegra, che ti piace il tuo corpo, anche quando pensi di avere il culo tropo grosso e il naso storto. E allora speri che tutto quel trucco che ti metti sul viso possa farti da scudo, che i vestiti troppo larghi e dal taglio maschile diventino una divisa con cui passare inosservato. Invisibile, vorrei essere invisibile, a volte sono talmente brava che davvero credo di esserlo diventata. Gli altri mi guardano, ma vedono attraverso il mio corpo. E l’unica cosa che mi resta è farmi del male, così mi sento viva, mi sento reale, riesco a toccare con mano questa strana sensazione che mi prende allo stomaco e mi accompagna tutto il giorno. Marika

Quali sono le motivazioni?

Il non accettarsi, il sentirsi soli, un sentimento di vuoto, una bassa autostima, il non trovare nessuno con cui confidarsi portano a voler essere invisibili, trasparenti, e questo isolamento fa talmente male che per restare aggrappati alla realtà si preferisce infierire sul proprio corpo.

Chi pratica l’autolesionismo?

Adolescenti e adulti, maschi e femmine, ma soprattutto femmine. Si inizia durante la pubertà e spesso, se il problema non è affrontato correttamente, si continua in età adulta.

Ma come si decide di farsi del male?

Il passaparola, un’immagine sui social, una voce su quella ragazza della II classe che pare si tagli, una canzone di un rapper famoso che racconta di Lara che poi finisce in ospedale, l’esperienza di un’amica di un’amica che così si sente meglio, l’esempio della compagna di banco. Il “voler provare solo una volta”, il desiderio di emulare l’amica, o di essere come la protagonista di quel video o quella canzone, o sembrerà assurdo, perché “è di moda”, è spesso una delle prime motivazioni che spingono a provare. Molto spesso ci si ferma alla prima volta, ma altri continuano fino a farlo diventare il proprio modus operandi, la loro strategia contro il dolore psichico.

Cosa fare?

Osservate i vostri figli, i vostri alunni, leggete i messaggi scritti nei temi di scuola, leggete i segnali che molto spesso queste persone inviano. Osservate il modo di vestirsi, notate se c’è una difficoltà a svestirsi davanti agli altri, se si indossano magliette a maniche lunghe anche se fa caldo, indagate se trovate lame o simili nei cassetti. E rivolgetevi subito ad un professionista, la psicoterapia cognitivo-comportamentale è la più utile in questo senso, abbinando ristrutturazione del pensiero ed esercizi comportamentali, riesce a promuovere quel giusto cambiamento utile ad uscirne, e ad affrontare le emozioni in modo adeguato.

Dott.ssa Veronica Simeone

 

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